Quella che sono/ero

Tutte le volte che ti chiederai perchè sei strana o semplicemente ti senti divisa a metà pensa che sei quel tipo di persona che si veste al buio per poi stupirsi che la sua maglietta ha una macchia, ma ormai sei già fuori casa e non puoi più farci niente. Oppure che si accorge di non averel’abbigliamento adeguato al tempo atmosferico, un’altra santa volta, perchè non ha guardato fuori dalla finestra e si è immaginata sole quando fuori era acquazzone. e ancora dimentichi l’ombrello o non guardi le previsioni del tempo, e ti chiedi, guardando gli altri, come cavolo fanno a ricordarsi di guardare se più tardì pioverà. Ma tu non guardi la tv in effetti, sono dettagli. e poi sei quella che se per caso si ricorda l’ombrello, esce il sole e lo dimentichi in giro, in università, in un portaombrelli, in treno, una volta in metro a Roma.

Sei quella che, nonostante tutto, sorride sempre ed è troppo buona con gli altri ma troppo cattiva con sè stessa: quella che se ne frega di tutti ma non può o vuole mai sbagliare. quella che ascolta punk hardcore ma suona il pianoforte, quella che preferisce non vedere anzicchè metter gli occhiali per la miopia ma osserva e memorizza ogni dettaglio. Sei quella apatica e cinica che si stupisce e meraviglia per ogni piccola cosa bella, che guarda le stelle ma fa crescere insetti, quella sfacciata ma che si imbarazza e diventa tutta rossa, quella che odia stare ferma ma che fissa l’orologio anche per ore.

La Berlino musicale

La Berlino musicale

Era un po’ di tempo che mi ero messa in testa di tornare a Berlino, c’ero stata in gita scolastica nel 2010 in quinta superiore, a marzo, che era praticamente il periodo più freddo dell’anno lì. Pioveva ghiaccio con temperature tre i -5 e -10 e poi si sa, nelle gite scolastiche non si fa veramente caso a nulla, ti fai trascinare qua e là dai professori, non ascolti per parlare coi compagni e cercare di restare sveglia dopo le nottate insonni, benedicendo il prossimo Sturbucks Coffee (che non ha proprio motivo di essere benedetto,soprattutto da italiani).

Il 10 gennaio 2016 è morto David Bowie, non sono mai stata una sua grandissima fan ma ho avuto modo di affezionarmi tantissimo alla sua persona negli scorsi anni, in quanto il mio ragazzo è tipo l’uomo più votato a Bowie di questa terra. Quindi lo scorso anno, nonostante la tragicità che lo ha caratterizzato, mi ha dato la possibilità di organizzare un viaggio a Berlino, dandogli uno stampo molto musicale e molto bowieano, perchè appunto David ha vissuto 3 anni in quella città e creato tre dei suoi più importanti dischi.

Berlino è una grande metropoli con una rete di trasporti immensa, è piena di giovani e ci si può divertire molto tra locali, piazze e birrerie, ma non è una città come tutte le altre europee, non è pienamente felice; la definirei più che altro piena di contrasti e memorie. É una città fredda e spesso molto grigia, pullula di vita, grattacieli e centri commerciali, e nel contempo ha quartieri silenziosi, vuoti e ancora tipicamente sovietici. Il muro è crollato solo 28 anni fa e chi ha più di cinquant’anni e ha sempre vissuto nella parte est, difficilmente parla una parola di inglese (mia grande fortuna avere beccato la proprietaria del bed and breakfast che parlava solo tedesco e quella di ricordarmi così a freddo davvero poco la lingua studiata); 28 anni sono pochi, sono quasi gli stessi in cui la Germania è rimasta divisa durante la guerra fredda, e la differenza, seppur sottile, esiste ancora. Bowie era giunto nel 1976, nella parte ovest della città e trascorreva la sua vita nella normalità dei check point sovietici che sparavano a prima vista chi cercava di inseguire la vita occidentale. E in quegli anni l’arte, la cultura e in particolare la musica hanno avuto un boom esorbitante, al passo con lo sviluppo economico degli anni 80; era impensabile non poter ascoltare tutto ciò che veniva sfornato in quegli anni e proveniva principalmente da Stati Uniti e Inghilterra, com’era inoltre inimmaginabile il soffocamento degli artisti “dell’est” e il tasso di suicidi durante il regime comunista con il controllo stretto della vita da parte della polizia russa (Stasi). Negli anni 70, uno dei primi edifici a pochi passi dal muro, nel quartiere occidentale di Postdammer Platz era uno studio di registrazione: gli Hansa Studio, famosi per aver prodotto Low e Heroes, e tantissimi dischi di artisti internazionali come Iggy Pop, Depeche Modee Killing Joke… erano lì, coma una provocazione, come un urlo di libertà appena fuori dall’incubo del regime, un luogo al limite della legalità che è riuscito a dare forza a tutta la città, che non è stata abbandonata ma ha avuto la fortuna di rendersi culla di grandi capolavori musicali. Passeggiare ora tra quelle strade ha tutta un’altra atmosfera, la linea del muro è indelebile per terra e segna ancora il centro storico, in alcuni punti è ancora in piedi da solo un lato ed è riempito di murales eccezionali (East side Gallery) o è spoglio in segno di memoria.

David tornò dopo qualche anno dal suo soggiorno e nel 1987 tenne un concerto a Berlino nella piazza del gigantesco parlamento, migliaia di berlinesi assistettero visivamente, e migliaia solo acusticamente dall’altra parte del muro, ancora non si sa come l’artista sia riuscito a portare a termine tutto lo show, dato che la polizia russa aveva il grilletto facile e il fatto che il berlinesi dell’est fossero riuniti quasi felicemente condividendo un evento musicale occidentale non andava molto a genio al regime.

Non si può camminare per Berlino e non rattristarsi un po’, come ho già scritto poco sopra, è un luogo pieno zeppo di memoria storica, tra le strade, nei musei, nei monumenti e nelle chiese con la punta del tetto rotta a metà (chiesa della memoria totalmente affascinante). Proprio ai piedi di quest’ultimo edificio sotto natale fanno dei mercatini, dove alla fine del 2016, pochi giorni prima che arrivassi, è avvenuto un attacco terroristico che ha coinvolto molte persone che riempivano il mercato, uccidendone 12. E’ stato raggelante passare anche di lì pochi giorni dopo l’accaduto e vedere tutti quei lumini e fiori, foto e messaggi, e gente come noi assordata dall’impotenza. Ma tutto continua, in uno stato semi frenetico e di gioia forse un poco forzata, come prosegue il mio tour tra negozi di dischi e luoghi musicalmente importanti.

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Se si è appassionati di musica non si può non spendere almeno una giornata per negozi di vinili e cd, ed è difficile trattenersi dall’acquistare miriadi di dischi perchè hanno davvero prezzi competitivi e un assortimento infinito di artisti e generi musicali. Tutta la città è costellata di questi posticini più o meno grandi con la caratteristica in comune di essere sempre pieni di gente (ma non pressante) e di essere punti di incontro; affiancati dalla caffetteria o con la presenza di diverse postazioni giradischi per poter ascoltare quello che si vuole mentre ci si svacca sui divani e ci si fuma una sigaretta, sfogliando una delle tante riviste musicali ancora in voga; insomma sembra di essersi fermati agli anni 90 e tutto ciò è splendido. Tra i migliori a mio avviso ci sono il 33 rpm Store a Wrangelstrasse e un altro che non ricordo il nome poco più avanti sulla stessa via, entrambi piccolini ma molto forniti in ogni genere; lo Space Hall vicino alla fermata della metro Gneisenaustrasse invece è un negozio enorme composto da tre sale, una vera e propria caverna minimalista con tantissime postazioni giradischi. Nella stanza centrale, la più grande (stretta e lunga) ci sono file infinite di vinili suddivise per generi, sottogeneri e artisti, quasi si sente l’eco parlando da una parte all’altra e ci si perde almeno un’ora intera per controllare ciò che interessa, di sottofondo quasi sempre elettronica o acid jazz che si fa sempre più insistente entrando nella terza stanza, dedicata esclusivamente alla musica tecno, elettronica, minimal e house, insomma, il paradiso dei tedeschi che principalmente ascoltano e comprano questo genere; luci soffuse, l’atmosfera come le pareti si fanno più colorate e le persone sono intente a godersi la musica e a chiaccherare sui divani, tantissime altre sfogliano vinili, sono sicura di non aver mai visto così tanti generi indicati a separare i migliaia di vinili esposti. Ho passato tanti altri negozietti, molti dei quali prediligevano un solo genere come il rock classico o più spesso la tecno/elettronica e l’hip hop, ma il mio preferito in assoluto è stato il Vopo Records (Danziger strasse 31) che vendeva principalmente vinili punk hardcore. Avendo un debole per questo genere ho trovato giusto lasciare tutti i miei risparmi al proprietario, non che Johnny Rotten dei poveri, per alcuni vinili rari che in Italia, se hai la fortuna di trovarli, piangi peggio che tagliando una cipolla nel guardare il prezzo.

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Insomma, ho lasciato il portafoglio a Berlino ma in particolare il cuore; perchè queste realtà, soprattutto per un appassionato e vinilofilo, sono piccole perle da esaltare che ti fanno preferire una città, seppur coi suoi difetti, ad un’altra; ti fanno comprendere che la musica può ancora avere un grande valore all’interno di una società, e il collezionismo può diventare una condivisione di passioni e portare alla nascita di nuovi rapporti. Una città che ha un museo all’interno di un caffè, come quello dei Ramones, con centinaia di cimeli che puoi osservare mentre bevi una birra in una calda atmosfera, o un pub a fianco dell’ex appartamento di Bowie e Iggy Pop in Hauptstrasse 155 e da loro frequentato, che omaggia l’artista scomparso incorniciando scatti, album e trasmettendo sua musica in continuazione a lume di candela, è una grande città devota all’arte. E’ una città che per decenni ha trattenuto il suo amore e la sua passione, la quale è esplosa ancor più forte in contemporanea all’ondata di persone che hanno attraversato il muro abbattuto nel 1989 e da lì non si è più fermata. E’ una città che deve tanto all’arte, che ha saputo ricucire una divisione politica immensa dando vita coi colori ad un muro grigio, che per fortuna ora è solo un simbolo di Berlino (per tanti hipster da fotografare e socialmediare). Potrei andare avanti a parlare ancora della bellezza di Alexanderplatz, della metropolitana senza tornelli, dell’arte espressionista, delle patate arrostite con lo speck e cipolle e la pinta di birra a 2,50 euro, ma la cosa migliore da fare è consigliarvi caldamente di visitarla; qualsiasi cosa vi aspetterete o non, vi resterà nell’anima. E non dimenticatevi i guanti d’inverno (haimè)

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Dentro il dolore di Nick Cave

Un sussulto sul divano di pelle blu, era un salto nel vuoto, un tuffo al cuore. Stava per addormentarsi dopo una giornata estiva realmente interminabile, dilatata, rovente, irreale, ma non era possibile che ciò accadesse: non avrebbe mai più dormito.

Quel pensiero di morte acerba lo avrebbe accompagnato per sempre, spazzando qualsiasi altra cosa, positiva e negativa. Tutto ora era neutro, insignificante e bianco come quel lenzuolo avvolto intorno a quel corpo che la sua mente rifiutava di accettare fosse il suo bambino. Quel lenzuolo non gli abbandonava mai la mente, nemmeno un istante…era così fastidioso. Perché il Destino ha voluto punirmi ancora? Credevo di avere risolto ormai, pagando ogni singolo debito che la vita mi aveva concesso e invece mi sbagliavo.

Un caro amico, una delle poche persone che ci ha fatto visita oggi, mi ha detto che ci sono piani predefiniti a noi uomini incomprensibili e che non possiamo fare altro che accettare perché la Volontà che li stabilisce é superiore e suprema; forse un giorno ci sará svelato l’intero progetto ma oggi ci dobbiamo sorbire il disagio dei pezzi mancanti del puzzle. L’unico cazzo di piano che aveva quel ragazzino era di tornare a casa per cena prendendo il solito bus delle 18.30, coi suoi soliti amici del cazzo che ora saranno nelle loro solite case e nei soliti letti a pensare come rallegrare la giornata successiva…in fondo, cosa pensa un ragazzo a 15 anni..se non a buttars…? Ci dev’essere per forza qualcosa di sbagliato. Va bene che sono un genitore un po’ particolare, ma perché non posso essere un po’ egoista anche io come tutti gli altri? Perché non posso pretendere che tra qualche anno sia lui a ricordarmi le cose quotidiane? A chiedermi se ho bevuto abbastanza acqua? Ad accompagnarmi all’ospedale..? Il lenzuolo bianco avrebbe dovuto tirarmelo lui, sui capelli e la pelle che ormai si sarebbe conformata a quel colore, naturalmente.

Non dormirò più perché ho già preparato quello a cui pensare nelle prossime notti, lo ricorderò dal primo giorno in cui é nato, senza farmi sfuggire un attimo, ripercorrò tutta la sua breve esistenza, e quando avrò spremuto tutto lo spremibile, ricomincerò da capo. Nel ricordo, infatti, si annida la forma piú dolce e sopportabile del dolore che ormai ha deciso di non separarsi più da me.

Il vermino dell’angoscia

è buio e freddo qui giù

sgocciola acqua scura dal soffitto ammuffito

e un vermicello tanto piccolo e paffuto si contorce e striscia deciso

sul tessuto caldo della mia maglietta.

impercettibile, eppure lo sento in ogni suo millimetro di pelle e materia viscida affamata

so dove vuole arrivare, so che vuole provarci ancora,

ma lo fermerò prima questa volta:

eccolo arrivato alla prima ciocca di capelli.

passano minuti, o forse giorni,

sono immobile, tutto tace, poi d’ un tratto

sento un colpo deciso come di un grosso ramo di pino che cade da svariati metri di altezza su una superficie di metallo.

decisamente improbabile QUI, ma così assordante…

dove sei? DOVE SEI?? l’ho già vissuto e so per certo che sta arrivando.

la domanda sorge spontanea: perchè non l’ho fermato prima?

MA calma. ho imparato una cosa molto importante in questi anni qui dentro,

non porsi più di due domande alla volta. Non più di due o dalla vena il mostro scivola all’arteria.

E’ un delicatissimo equilibrio ora, potrebbe degenerare tutto da un momento all’altro,

e questa snervante attesa è intervallata da momenti davvero caldi anche se poco confortanti:

l’invertebrato rilascia un liquido denso e dolcissimo che scommetto essere miele.

le mie cellule ricettive lo riconoscono e si inibiscono, ubbidiscono, drogate, assuefatte. Che bel cielo, neanche una nuvola.

Forse inizio a capire perchè non sono riuscita a fermarlo come avrei voluto, ma non ho sufficienti ragioni per poterlo affermare con certezza.

Sto tenendo il conto delle domande? e se me ne fossi posta qualcuna che non ricordo? alla fine il punto di domanda è uno stronzo egocentrico, con quell’amo curvo e affilato che si aggancia a tutto, a chi aggraderebbe averlo alla festa? eppure ci arriva lo stesso! conosce l’indirizzo! E’ complice del mostro, che ancora una volta, sorseggia vittorioso il calice ricolmo dei neuroni addormentati.

Lettera ad una ragazza sconosciuta

Ragazza che guardi fuori dal finestrino giocando ad acchiappare con sguardo perso i primi piani che sfuggono veloci, quei tuoi occhi piangono una tristezza familiare, così tanto che non riesco a fare a meno di osservarti e volerti accanto a me.

Ragazza stanca, non sorridi proprio mai e non so chi sei, ma sei davanti a me e io, come la tua sorella mai nata, quasi già ti amo.

Per quale motivo stai partendo? Vedo che vai lontano da dove hai sempre vissuto, stai scappando da una vita troppo stretta alla quale non puoi allargare la cintura? Da un amore che hai perduto probabilmente. Io vorrei seguirti, vorrei che mi insegnassi a scomparire, e d’altra parte tu potresti consolarti nei mei occhi uguali e identici ai tuoi. Abbiamo una lunga infanzia da recuperare, sai? Sono così contenta di averti trovata, ma tra poche ore già ci perderemo, e io non smetterò di pensarti, anzi , continuerò a scriverti senza pretendere risposte. Vorrei farti compagnia nei tuoi pianti silenziosi ma so che saresti più forte tu, tu hai già vinto e non importa quanto triste tu possa essere, stai cominciando una vita magnifica una volta scesa da qui.

Vorrei parlarti di me, ma non c’è molto tempo, la mia fermata è già la prossima. Sono così triste! Ma il pensiero di averti vista sospirare all’orizzonte mi ha reso meno sola e sono sicura che ci rivedremo, perchè ti verrò a trovare, in qualunque luogo tu stia andando; da come hai abbandonato le tue cose ipotizzo sia il capolinea. A presto ragazza sconosciuta che mi somiglia, forse un giorno scopriremo davvero di essere gemelle.

un abbraccio affettuoso,

M.

Il viaggio

e così una mattina qualunque di marzo, ha preso la pala e ha deciso di levarmi le coperte.

non mi ha trovata subito, la terra era fredda e dura e la primavera era ancora lontana.

ma lui per qualche ignota ragione continuava con insistenza ad infilare la punta arrugginita dello strumento nel terreno e scavare, scavare, scavare.

ha iniziato a chiamarmi, ma non urlava, e ho capito che era giunto il momento di farmi trovare.

e mi trovò che era maggio, un piovoso maggio, e io ricordo di avere avuto paura appena una goccia d’acqua mi bagnò la mano destra e subito dopo la fronte. senza accorgermene ero già seduta all’orlo del buco scrollandomi la terra bagnata dai vestiti e guardando giù vidi che era profondissimo, come c’ero finita? Lui mi prese da dietro, sotto le ascelle, come si fa coi bambini che hanno appena imparato a camminare, e mi sollevò costrigendomi a guardare in alto. “fallo per me, alza la testa, le scarpe te le allaccio io, tu non preoccuparti adesso”, e si inginocchiò creando asole perfette e lunghe uguali, e facendo il doppio nodo. Avevo i capelli fradici, tremavo, ma sorrisi, non ricordo da quanto non lo facessi, tanto che quasi mi pareva far male.

ci siamo messi in cammino e da allora cerchiamo un rifugio che possa resistere alle peggiori interperie, anche se abbiamo trovato tanti giorni di sole che ci hanno asciugato i capelli. delle volte ho sentito la forza abbandonarmi nei giorni più caldi, il vento era mio nemico perchè con un’ immensa forza tentava di riseppellirmi sotto la sabbia, granello dopo granello tentava di accecarmi, e scioglieva come succo gastrico la mia voglia di continuare, di vivere.

ma lui mi faceva sedere contro vento e con lo sguardo al mare, come una bambola su un fazzoletto, mi sistemava le pieghe del vestito e pettinava la mia chioma sconvolta.

gli chiesi se sarei rimasta per sempre così, in fondo lo sapevo che ero destinata ad annegare di nuovo nella terra, nel gelo dell’inverno sotto un albero violentato dall’autunno, crudelissimo e rosso sangue; non avevo mai imparato a nuotare e questo mi condannava, pensavo.

“devi fare come quelle tartarughe, ricordi? quelle con cui giocavi al laghetto” mi ha detto, “vivono cent’anni le tartarughe e nuotano con un guscio pesantissimo senza annegare”. gli chiesi se sapeva che mangiassero quelle creature ma non mi ha saputo rispondere, mi ha solo abbracciato. probabilmente tengono i dolcetti nascosti sotto il loro guscio e questo pensiero mi ha inspiegabilmente confortato, o forse è solo l’effetto dell’abbraccio.

camminavamo ancora in ottobre e in novembre iniziava a fare freddo. le mie gambe si stavano rafforzando e il mio corpo abituando, passo dopo passo. più diventavo resistente e più volgevo lo sguardo a lui, osservandolo: non mi trascinava più dal braccio ma mi teneva a volte la mano, a volte due dita, a volte un fiocchetto del vestito. poteva lasciarmi andare ma non lo faceva. “vorrei portarti al riparo per l’inverno” mi diceva, ma dove stavamo andando non lo intuivo . lui guidava ma non lo sapeva nemmeno lui, glielo si leggeva in faccia ma senza nervosismo.

gli ho detto che mi veniva da piangere e che avrei voluto sedermi un attimo, era come una tosse cronica, quasi abitudine, mi prendeva a momenti, inspiegabilmente. non dovevo essere una tartaruga tanto splendida in quel momento, lui non parlava e aveva degli occhi che non gli avevo mai visto. mi avvicinò un fazzoletto che non volli prendere, sospirò nel pensiero prima di tirarmi su e tornammo a camminare perchè si era messo a piovere.

Vorrei essere…

Vorrei essere un animaletto

Che vive nella notte dentro un cespuglio, tra le canne di bambù, o dietro le querce di un boschetto.

Vorrei essere quella creatura che non teme le tenebre e sta dove le ombre sono amiche fidate a cui val la pena dilatare le pupille per osservare attentamente una preda o un passante, oppure il luogo migliore dove mettersi a riposare.

Diventerei il padrone di tutto ciò che mi circonda, o almeno mi piacerebbe pensarlo! Fisserei, stando ben nascosto, il sentiero per ore, senza preoccuparmi della luna che s’alza o dell’alba che si avvicina; lo farei solo per curiosare chi come me si crede il re della notte, o se mi andasse di lusso, per annusare quella punta di inquietudine dell’uomo che passeggia nel buio. Quel briciolo di sconforto non lo abbandona mai, non è propriamente paura, probabilmente è l’incertezza di dove posare il passo, o l’immaginazione di qualcosa di pericoloso nascosto tra i cespugli che ha provocato quello scricchiolio improvviso in lontananza. Mi disseterei di quella gocciolina di sudore freddo, mi consolerei dello scatto nervoso, percepirei lo sforzo inutile di quell’essere di scrutare nell’oscurità delle frasche, dove i miei occhietti rilassati si godono lo spettacolo. Vorrei essere coccolato dalla pace delle tenebre senza temere attacchi alle spalle, amarle al punto di vivere per loro; essere intravisto e scambiato per ciò che non sono, guardato male o accecato dallo sguardo luminoso di un turista curioso. Mi addormenterei appena sorge il sole per non staccarmi da quell’amore che senza fretta e con certezza rivedrò tra dodici ore.

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