Dentro il dolore di Nick Cave

Un sussulto sul divano di pelle blu, era un salto nel vuoto, un tuffo al cuore. Stava per addormentarsi dopo una giornata estiva realmente interminabile, dilatata, rovente, irreale, ma non era possibile che ciò accadesse: non avrebbe mai più dormito.

Quel pensiero di morte acerba lo avrebbe accompagnato per sempre, spazzando qualsiasi altra cosa, positiva e negativa. Tutto ora era neutro, insignificante e bianco come quel lenzuolo avvolto intorno a quel corpo che la sua mente rifiutava di accettare fosse il suo bambino. Quel lenzuolo non gli abbandonava mai la mente, nemmeno un istante…era così fastidioso. Perché il Destino ha voluto punirmi ancora? Credevo di avere risolto ormai, pagando ogni singolo debito che la vita mi aveva concesso e invece mi sbagliavo.

Un caro amico, una delle poche persone che ci ha fatto visita oggi, mi ha detto che ci sono piani predefiniti a noi uomini incomprensibili e che non possiamo fare altro che accettare perché la Volontà che li stabilisce é superiore e suprema; forse un giorno ci sará svelato l’intero progetto ma oggi ci dobbiamo sorbire il disagio dei pezzi mancanti del puzzle. L’unico cazzo di piano che aveva quel ragazzino era di tornare a casa per cena prendendo il solito bus delle 18.30, coi suoi soliti amici del cazzo che ora saranno nelle loro solite case e nei soliti letti a pensare come rallegrare la giornata successiva…in fondo, cosa pensa un ragazzo a 15 anni..se non a buttars…? Ci dev’essere per forza qualcosa di sbagliato. Va bene che sono un genitore un po’ particolare, ma perché non posso essere un po’ egoista anche io come tutti gli altri? Perché non posso pretendere che tra qualche anno sia lui a ricordarmi le cose quotidiane? A chiedermi se ho bevuto abbastanza acqua? Ad accompagnarmi all’ospedale..? Il lenzuolo bianco avrebbe dovuto tirarmelo lui, sui capelli e la pelle che ormai si sarebbe conformata a quel colore, naturalmente.

Non dormirò più perché ho già preparato quello a cui pensare nelle prossime notti, lo ricorderò dal primo giorno in cui é nato, senza farmi sfuggire un attimo, ripercorrò tutta la sua breve esistenza, e quando avrò spremuto tutto lo spremibile, ricomincerò da capo. Nel ricordo, infatti, si annida la forma piú dolce e sopportabile del dolore che ormai ha deciso di non separarsi più da me.

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Il vermino dell’angoscia

è buio e freddo qui giù

sgocciola acqua scura dal soffitto ammuffito

e un vermicello tanto piccolo e paffuto si contorce e striscia deciso

sul tessuto caldo della mia maglietta.

impercettibile, eppure lo sento in ogni suo millimetro di pelle e materia viscida affamata

so dove vuole arrivare, so che vuole provarci ancora,

ma lo fermerò prima questa volta:

eccolo arrivato alla prima ciocca di capelli.

passano minuti, o forse giorni,

sono immobile, tutto tace, poi d’ un tratto

sento un colpo deciso come di un grosso ramo di pino che cade da svariati metri di altezza su una superficie di metallo.

decisamente improbabile QUI, ma così assordante…

dove sei? DOVE SEI?? l’ho già vissuto e so per certo che sta arrivando.

la domanda sorge spontanea: perchè non l’ho fermato prima?

MA calma. ho imparato una cosa molto importante in questi anni qui dentro,

non porsi più di due domande alla volta. Non più di due o dalla vena il mostro scivola all’arteria.

E’ un delicatissimo equilibrio ora, potrebbe degenerare tutto da un momento all’altro,

e questa snervante attesa è intervallata da momenti davvero caldi anche se poco confortanti:

l’invertebrato rilascia un liquido denso e dolcissimo che scommetto essere miele.

le mie cellule ricettive lo riconoscono e si inibiscono, ubbidiscono, drogate, assuefatte. Che bel cielo, neanche una nuvola.

Forse inizio a capire perchè non sono riuscita a fermarlo come avrei voluto, ma non ho sufficienti ragioni per poterlo affermare con certezza.

Sto tenendo il conto delle domande? e se me ne fossi posta qualcuna che non ricordo? alla fine il punto di domanda è uno stronzo egocentrico, con quell’amo curvo e affilato che si aggancia a tutto, a chi aggraderebbe averlo alla festa? eppure ci arriva lo stesso! conosce l’indirizzo! E’ complice del mostro, che ancora una volta, sorseggia vittorioso il calice ricolmo dei neuroni addormentati.

Lettera ad una ragazza sconosciuta

Ragazza che guardi fuori dal finestrino giocando ad acchiappare con sguardo perso i primi piani che sfuggono veloci, quei tuoi occhi piangono una tristezza familiare, così tanto che non riesco a fare a meno di osservarti e volerti accanto a me.

Ragazza stanca, non sorridi proprio mai e non so chi sei, ma sei davanti a me e io, come la tua sorella mai nata, quasi già ti amo.

Per quale motivo stai partendo? Vedo che vai lontano da dove hai sempre vissuto, stai scappando da una vita troppo stretta alla quale non puoi allargare la cintura? Da un amore che hai perduto probabilmente. Io vorrei seguirti, vorrei che mi insegnassi a scomparire, e d’altra parte tu potresti consolarti nei mei occhi uguali e identici ai tuoi. Abbiamo una lunga infanzia da recuperare, sai? Sono così contenta di averti trovata, ma tra poche ore già ci perderemo, e io non smetterò di pensarti, anzi , continuerò a scriverti senza pretendere risposte. Vorrei farti compagnia nei tuoi pianti silenziosi ma so che saresti più forte tu, tu hai già vinto e non importa quanto triste tu possa essere, stai cominciando una vita magnifica una volta scesa da qui.

Vorrei parlarti di me, ma non c’è molto tempo, la mia fermata è già la prossima. Sono così triste! Ma il pensiero di averti vista sospirare all’orizzonte mi ha reso meno sola e sono sicura che ci rivedremo, perchè ti verrò a trovare, in qualunque luogo tu stia andando; da come hai abbandonato le tue cose ipotizzo sia il capolinea. A presto ragazza sconosciuta che mi somiglia, forse un giorno scopriremo davvero di essere gemelle.

un abbraccio affettuoso,

M.

Il viaggio

e così una mattina qualunque di marzo, ha preso la pala e ha deciso di levarmi le coperte.

non mi ha trovata subito, la terra era fredda e dura e la primavera era ancora lontana.

ma lui per qualche ignota ragione continuava con insistenza ad infilare la punta arrugginita dello strumento nel terreno e scavare, scavare, scavare.

ha iniziato a chiamarmi, ma non urlava, e ho capito che era giunto il momento di farmi trovare.

e mi trovò che era maggio, un piovoso maggio, e io ricordo di avere avuto paura appena una goccia d’acqua mi bagnò la mano destra e subito dopo la fronte. senza accorgermene ero già seduta all’orlo del buco scrollandomi la terra bagnata dai vestiti e guardando giù vidi che era profondissimo, come c’ero finita? Lui mi prese da dietro, sotto le ascelle, come si fa coi bambini che hanno appena imparato a camminare, e mi sollevò costrigendomi a guardare in alto. “fallo per me, alza la testa, le scarpe te le allaccio io, tu non preoccuparti adesso”, e si inginocchiò creando asole perfette e lunghe uguali, e facendo il doppio nodo. Avevo i capelli fradici, tremavo, ma sorrisi, non ricordo da quanto non lo facessi, tanto che quasi mi pareva far male.

ci siamo messi in cammino e da allora cerchiamo un rifugio che possa resistere alle peggiori interperie, anche se abbiamo trovato tanti giorni di sole che ci hanno asciugato i capelli. delle volte ho sentito la forza abbandonarmi nei giorni più caldi, il vento era mio nemico perchè con un’ immensa forza tentava di riseppellirmi sotto la sabbia, granello dopo granello tentava di accecarmi, e scioglieva come succo gastrico la mia voglia di continuare, di vivere.

ma lui mi faceva sedere contro vento e con lo sguardo al mare, come una bambola su un fazzoletto, mi sistemava le pieghe del vestito e pettinava la mia chioma sconvolta.

gli chiesi se sarei rimasta per sempre così, in fondo lo sapevo che ero destinata ad annegare di nuovo nella terra, nel gelo dell’inverno sotto un albero violentato dall’autunno, crudelissimo e rosso sangue; non avevo mai imparato a nuotare e questo mi condannava, pensavo.

“devi fare come quelle tartarughe, ricordi? quelle con cui giocavi al laghetto” mi ha detto, “vivono cent’anni le tartarughe e nuotano con un guscio pesantissimo senza annegare”. gli chiesi se sapeva che mangiassero quelle creature ma non mi ha saputo rispondere, mi ha solo abbracciato. probabilmente tengono i dolcetti nascosti sotto il loro guscio e questo pensiero mi ha inspiegabilmente confortato, o forse è solo l’effetto dell’abbraccio.

camminavamo ancora in ottobre e in novembre iniziava a fare freddo. le mie gambe si stavano rafforzando e il mio corpo abituando, passo dopo passo. più diventavo resistente e più volgevo lo sguardo a lui, osservandolo: non mi trascinava più dal braccio ma mi teneva a volte la mano, a volte due dita, a volte un fiocchetto del vestito. poteva lasciarmi andare ma non lo faceva. “vorrei portarti al riparo per l’inverno” mi diceva, ma dove stavamo andando non lo intuivo . lui guidava ma non lo sapeva nemmeno lui, glielo si leggeva in faccia ma senza nervosismo.

gli ho detto che mi veniva da piangere e che avrei voluto sedermi un attimo, era come una tosse cronica, quasi abitudine, mi prendeva a momenti, inspiegabilmente. non dovevo essere una tartaruga tanto splendida in quel momento, lui non parlava e aveva degli occhi che non gli avevo mai visto. mi avvicinò un fazzoletto che non volli prendere, sospirò nel pensiero prima di tirarmi su e tornammo a camminare perchè si era messo a piovere.

Vorrei essere…

Vorrei essere un animaletto

Che vive nella notte dentro un cespuglio, tra le canne di bambù, o dietro le querce di un boschetto.

Vorrei essere quella creatura che non teme le tenebre e sta dove le ombre sono amiche fidate a cui val la pena dilatare le pupille per osservare attentamente una preda o un passante, oppure il luogo migliore dove mettersi a riposare.

Diventerei il padrone di tutto ciò che mi circonda, o almeno mi piacerebbe pensarlo! Fisserei, stando ben nascosto, il sentiero per ore, senza preoccuparmi della luna che s’alza o dell’alba che si avvicina; lo farei solo per curiosare chi come me si crede il re della notte, o se mi andasse di lusso, per annusare quella punta di inquietudine dell’uomo che passeggia nel buio. Quel briciolo di sconforto non lo abbandona mai, non è propriamente paura, probabilmente è l’incertezza di dove posare il passo, o l’immaginazione di qualcosa di pericoloso nascosto tra i cespugli che ha provocato quello scricchiolio improvviso in lontananza. Mi disseterei di quella gocciolina di sudore freddo, mi consolerei dello scatto nervoso, percepirei lo sforzo inutile di quell’essere di scrutare nell’oscurità delle frasche, dove i miei occhietti rilassati si godono lo spettacolo. Vorrei essere coccolato dalla pace delle tenebre senza temere attacchi alle spalle, amarle al punto di vivere per loro; essere intravisto e scambiato per ciò che non sono, guardato male o accecato dallo sguardo luminoso di un turista curioso. Mi addormenterei appena sorge il sole per non staccarmi da quell’amore che senza fretta e con certezza rivedrò tra dodici ore.

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I 6 cantanti più sfigati dell’ Hard Rock/Metal Mainstream anni ’90 [Seconda Parte]

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Nella prima parte di questo speciale abbiamo già parlato di due vocalist “sfigati”, tra i più discussi nel mondo Rock e Metal . Non sono stati scelti a caso né con particolare intento denigratorio nell’iniziativa, bensì è un modo per mettere in luce le carriere di frontman magari meno noti nel mondo della musica mainstream. Quelli che, dovendo sostituire un collega famosissimo, sono arrivati nell’Olimpo per un po’, ma poi son scesi. Quasi sempre a causa di qualcuno: l’etichetta discografica della band , le vendite dell’album, un tradimento di uno dei compagni “di squadra” o tutti questi fattori messi assieme. La cosa importante è specificare che non sempre il risultato di queste collaborazioni abbia fatto schifo, o se l’ha fatto, la maggior parte della colpa  non era esattamente del nuovo arrivato.


John Corabi – Mötley Crüe
Io buona parte del Glam Metal non l’ho mai capito completamente. Tutte quelle sottocategorie Hair,

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